testi critici

  • Oggi, mentre leggete queste righe, e tutti i giorni del mese e per ogni mese dell’anno, una fila di pellegrini camminanti, più rada o più fitta a seconda delle stagioni, copre gli ottocento chilometri di un antico itinerario che unisce il sud della Francia a Santiago de Compostela, nella Galizia spagnola che si affaccia sull’Atlantico. È un fenomeno che si ripete da più di mille anni, e porta pellegrini di tutta Europa e del mondo alla cattedrale che custodisce l’urna con le reliquie dell’apostolo Giacomo, uno dei Dodici di Gesù Cristo, detto “Figlio del tuono”, evangelizzatore della Spagna e martirizzato per decapitazione da Erode Agrippa. Due discepoli dell’Apostolo, Teodoro e Atanasio, ne sottrassero il corpo e lo riportarono sulle coste della Galizia, su una barca (di pietra, dice la leggenda) guidata dagli angeli. Giacomo venne sepolto e onorato con un’edicola marmorea. La tomba cadde nell’oblio, gli Arabi dominavano in Spagna, i regni cristiani erano deboli e rivali fra loro. La storia del Cammino cominciò nell’anno 814 con una misteriosa pioggia di stelle che per molte notti apparve sul monte Libradon (Liberum Donum) a un eremita, Pelagio, accompagnate da voci angeliche. Fu coinvolto il vescovo Teodomiro che si recò con una folla al luogo dell’apparizione, dopo tre giorni di digiuno. Qui fu trovata, sepolta dagli sterpi, un’edicola con tre sepolture, subito attribuite a San Giacomo e ai suoi discepoli . Il re Alfonso fece costruire una cappella sul luogo stesso e fondò un monastero : nasce Compostela, il Campus Stellae. È il tempo di Carlo Magno, di papa Leone III. Con il misterioso ritrovamento dell’urna del santo, inizia l’avventura dei pellegrinaggi “ad limina Sancti Jacobi” e per la Spagna l’epopea della “Reconquista”, di cui l’Apostolo è simbolo e patrono. La leggenda lo vuole apparso in battaglia su un cavallo bianco, come Matamoros, figura che ancora oggi troviamo sugli altari delle chiese. Il primo racconto, o guida, del pellegrinaggio risale al 1139, ad opera di un certo Aymeric Picaud , che compila il V° Libro del Codex Calixtinus (dal papa Callisto) o Liber Sancti Jacobi. Qui si parla delle vie che portano a Compostela, delle tappe in cui si suddivide il Cammino, delle città, degli hospitali, dei tracciatori di percorsi, delle acque buone e cattive, dei traghetti e paesaggi, delle reliquie dei santi da visitare, delle meraviglie della città santa, soprattutto della cattedrale. Il primo documento che certifica un pellegrinaggio risale al 950, quando il vescovo Gotescalco guida il suo popolo dalla sua sede di Le Puy a Santiago, percorrendo una delle principali vie da nord, insieme a quella che proveniva da Vezelay. I pellegrini di allora affrontavano distanze infinitamente più lunghe di oggi, partendo dalla loro casa, magari nel nord Europa, e facendovi ritorno, naturalmente sempre a piedi. Un commento del ‘500 tratteggia la figura del pellegrino: non porta il peso delle cose temporali ; sul petaso, cappello a larghe falde, tiene immagini o simboli di santi ; porta sulle spalle il sanrocchino o pellegrina, cioè una corta mantella; a tracolla tiene la bisaccia (escarcela, scarsella per gli italiani, sporta per i provenzali) dove custodisce denaro e credenziale ; impugna il bordone dalla punta ferrata, a cui sta appesa una zucca per l’acqua. Un viaggiatore del ‘700, Nicola Albani, nel suo “Viaggio da Napoli a San Giacomo in Galizia” spiega la cerimonia di vestizione e di iniziazione del pellegrino, a cui il postulante accede dopo la confessione, la richiesta di perdono, e talvolta il testamento. Sì, perché nel prolungato tempo del viaggio, molti pericoli erano in agguato: malattie, briganti, pestilenze, popolazioni ostili, animali selvatici, acque inquinate. Per il camminante non esisteva nessun appoggio, salvo i rari ospitali: non carte geografiche, negozi, informazioni; praticamente solo l’affidamento alla Provvidenza. Una mezza follia. La conchiglia ( o concha, vieira) era ed è tuttora il simbolo per eccellenza del pellegrino giacobeo ; è il pecten o capasanta, che veniva raccolta sulla sabbia di Finisterre, prospiciente l’Atlantico. Era un po’ tutto: scodella per le fonti, lasciapassare, simbolo. Insomma, il ritrovamento di quella tomba segnò la devozione, l’arte, la cultura, la civiltà stessa dell’Europa; nei secoli si mossero, alla volta dell’Apostolo, pellegrini da ogni contrada, re, regine e santi. Il Cammino di Santiago, proclamato Primo Itinerario Culturale Europeo, richiama oggi e affascina genti di tutto il mondo, soprattutto negli anni santi giacobei, quando cioè il 25 luglio, festa del Santo, cade di domenica : nel 2004 i pellegrini che ritirarono la compostela (di cui parleremo) furono 180.000 ; nel 1999 si contarono tremila pellegrini in dicembre, quando il clima, soprattutto in Galizia e sui Pirenei, è decisamente inclemente. Volente o nolente, non posso sfuggire alla domanda iniziale : perché intraprendere il Cammino “ad limina Sancti Jacobi” ? Bella domanda (ma non si potrebbe scegliere l’altra busta ?) . Chissà se riuscirò a rispondere durante il racconto, o almeno nell’ultima pagina. Quando si comincia a pensare al cammino, le emozioni, i dubbi, i desideri, gli interrogativi si intrecciano in modo inestricabile. Un tarlo che non demorde, non si assopisce neanche di notte. Si valuta tutto ciò che si sa dagli amici, dai libri; ma ciò che richiama irresistibilmente è ciò che non si sa, che non è stato detto, e che tu solo puoi scoprire. Qualcosa ti dice che la scommessa è forte, e che non saranno i piedi soltanto a sostenerla. Cercando, rischi davvero di trovare, rischi l’incontro con te stesso, con i tuoi limiti e il tuo profondo, e con il Mistero, con l’Altro. Capisci che non si tratta di raggiungere l’urna delle ceneri di un Apostolo, ma che qualcosa in te dovrà incenerirsi, e questo fa paura. Chiamiamola incoscienza, chiamiamolo desiderio bruciante di rivelazione, di bellezza, di conoscenza, di benedizione. Tutte queste motivazioni scompaiono di fronte a una parola: vado. Ed eccomi qui, infatti, su un trenino giocattolo a due carrozze che sferraglia da Bayonne a Saint Jean Pied-de Port, nei Pirenei francesi. Sono giunto qui dal mio paese, Borgonovo Val Tidone, in provincia di Piacenza, passando per Voghera e Nizza. Nei miei compagni di vagoncino vedo me stesso: zaino, scarponi da trekking, ma soprattutto una luce negli occhi che sa di sorriso e di entusiasmo. Puoi scommettere che anche loro portano nello zaino le mie stesse cose, da quelle normali (indumenti per tre giorni) ad altre all’inizio incomprensibili, lette sulle guide: due mollette da bucato, mezzo sapone di Marsiglia per i panni e la doccia, torcia elettrica minuscola, sacchetti di plastica non crepitanti, ago e filo (non per gli strappi nei panni, ma per le vesciche), spago, spille da balia. Scommetto che in quegli zaini ci sono i tappi di cera per le orecchie, che io non ho portato ma di cui capirò la funzione nelle camerate dei rifugi. Eccoci catapultati a Saint Jean ; troviamo l’albergue dei pellegrini e ritiriamo la Credencial, dove saranno apposti i pittoreschi timbri di tutti i luoghi dove sosteremo, per comprovare le tappe percorse e ritirare con diritto, a Santiago, la compostela attestante l’avvenuto cammino. Visitiamo il paese, ma come in trance : il pensiero e il corpo sono già alla partenza di domattina, all’alba. Notte, passa in fretta, per favore.
  • L’ESPRESSIONE CONTEMPORANEA DEL SACRO

    Mi limito ad appuntare alcune brevi osservazioni assolutamente sommarie – poco più che aforismi – in relazione al mondo artistico più vicino e noto, le arti coinvolte nelle dinamiche della liturgia nella Chiesa cattolica in Italia.
    Prima osservazione: guardando alla realtà. Nel mondo delle arti nella e per la liturgia, con le specificazioni appena indicate, pare che, a partire dal e per impulso del Concilio Ecumenico Vaticano II, sia in atto una profonda trasformazione in cui risaltano almeno tre tratti caratteristici: a trentacinque anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II non sono più tanto chiari né il punto di partenza nè gli obiettivi; sembrano cadute le barriere e i pregiudizi nei riguardi delle forme e dei linguaggi innovativi: su questa strada si è giunti, in alcuni casi, a praticare uno sperimentalismo senza freni di tipo simbolico e materico-tecnologico attualmente in via di attenuazione; sembrano essersi allentati i legami con quella realtà multiforme che chiamiamo tradizione: su questa strada si è giunti spesso a sfiorare una sorta di amnesia e di rigetto pratico, da cui negli ultimi anni ci si sta gradualmente ritraendo; è ormai praticata in modo diffuso una generica, ma non lucida, disponibilità a tutto quanto è contemporaneo o si presenta come tale. Siamo dunque in una situazione magmatica di ricerca per la quale sembra impossibile individuare un profilo unitario: l’unica espressione sintetica che sembra idonea a descriverla in modo non troppo approssimativo potrebbe essere il termine di “nuovo eclettismo” .
    Seconda osservazione: guardando agli artisti. E’ difficile negare che il mondo della religione, inteso nel senso più esteso e vago del termine, oggi interessi molto gli artisti i quali, perciò si affacciano, chiedono, ascoltano, vorrebbero incontrare i temi della grande tradizione religiosa cristiano – cattolica, ma spesso, pur avendoli di fronte non sanno né riconoscerli né cercarli. Soprattutto vorrebbero nuovamente incontrare i committenti ecclesiastici ma, spesso, hanno l’impressione di averne perduto le tracce e di non possedere informazioni per ritrovarle.
    Terza osservazione: guardando al committente. Il committente di opere d’arte per le chiese e gli altri edifici ecclesiali, secondo un costume consolidato nel secondo millennio, oggi è ancora in larga misura un ecclesiastico. Dalle decisioni del sacerdote – di regola il parroco -, in concreto, dipendono molto spesso la scelta dell’artista e per molti aspetti le opere d’arte stesse. A questo proposito occorre precisare che la situazione è destinata a durare ancora nel tempo anche se, considerata la grave crisi delle vocazioni, forse per non molti anni. Ma rimaniamo all’attualità.
    Qual è oggi in Italia il profilo del committente ecclesiastico medio? Il committente ecclesiastico oggi in Italia è una persona dotata di buona formazione culturale di base, ben disposta nei riguardi degli artisti contemporanei per i quali non nutre particolari pregiudizi; inoltre il committente ecclesiastico si muove in modo assai “informale”: è notoriamente meno attento al sistema delle regole e del quadro istituzionale mentre è assai sensibile a coltivare le relazioni umane, in particolare verso chiunque svolga attività artistica.
    La sua formazione specifica, invece, lascia piuttosto a desiderare, tanto che ci si domanda spesso se vi sia stata preparazione in materia di arte nel corso del suo itinerario formativo. In alcuni casi vi sono fondati motivi per dubitare che il seminario formi il clero italiano in materia di arte. La situazione, in realtà, da quanto risulta da indagini recenti, non è così drammaticamente negativa. La formazione del clero italiano, assai lunga e laboriosa, oltre che poco omogenea, per quanto l’arte è affidata a docenti di varie discipline (storia ecclesiastica, liturgia, teologia e altro) più appassionati che formati e non esclude in genere le materie artistiche. Essa potrebbe essere migliorata e certamente lo sarà nel corso del tempo quando, in un quadro meglio definito, vi saranno formatori specificamente preparati, proposte formative e quei sussidi che oggi mancano ancora quasi del tutto.
    Ma anche nel caso in cui la formazione intellettuale del clero fosse di più pregevole livello sono convinto che essa non sarebbe in grado, attualmente, di fare del prete un committente responsabile: per essere committente, infatti, sono necessarie almeno due doti: da una parte una determinazione interiore che lo studio da solo non può dare e dall’altra una consistente capacità di valutazione professionale degli artisti e dell’arte: entrambe le doti non si possono presupporre ma sono frutto di un intenso lavoro ed educativo e formativo.
    A parte alcuni casi fortuiti, tuttavia, sono dell’avviso che non sia in alcun modo realistico sperare che il clero possa essere dotato della competenza professionale di cui ho parlato. Di conseguenza non credo sia realistico attendersi che il clero italiano in futuro possa autonomamente svolgere il ruolo di committente artistico. La situazione che è sotto i nostri occhi conferma ampiamente questa valutazione: il clero è spesso volonteroso e ben disposto ma è professionalmente non preparato e quando si improvvisa committente provoca effetti indubitabilmente e generalmente negativi. Le sue notevoli qualità personali, inoltre, proprio in questo campo gli giocano brutti scherzi. Un esempio, peraltro assai frequente, può chiarire: se una persona in buona fede offre in dono a un sacerdote italiano un’“opera d’arte”, a dispetto di regole scritte e non scritte, si può essere praticamente certi che il sacerdote italiano accetterà di buon grado il dono e, senza procedere ad alcuna valutazione previa di tipo tecnico, appena possibile la collocherà nella sua chiesa ritenendo in buona fede che la relazione personale di cui quel dono è segno sia più importante di ogni altro valore, compreso il valore artistico dell’opera, e quindi vada premiata.
    Due o tre parole di conclusione. Poiché la ricerca continua sembra opportuno mantenere saldi i punti di riferimento: sono convinto, cioè, che sia molto utile ribadire e rinfrescare periodicamente la fedeltà al Concilio. Mi sembra inoltre opportuno tenere conto seriamente della situazione di disorientamento nel quale si muovono sia gli artisti sia i committenti ecclesiastici. A questo riguardo i suggerimenti che si possono dare sono due: quanto agli artisti, aumentare l’offerta formativa e di contatto personale; accompagnare l’impegno dei committenti ecclesiastici con il sostegno di persone competenti come critici e storici.

    Mons. Giancarlo Santi
    Direttore dell’Ufficio nazionale beni culturali ecclesiastici della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana

  • “Il Canto: una certezza nel bisogno, cantando”
    (Novalis)

    Caro Corradini,
    anche se oggi sono lontane ipotesi, vorrei ancora pensare che esistano artisti che, vivendo in campagna, tra verdi colline, mi suggeriscano immagini di sognatori solitari che, come scriveva Li-Po alcuni secoli fa (…”lontano da discorsi e discordie, hai la testa appoggiata a un guanciale di nuvole azzurre”…), si beano nella pace di un’arte senza tempo. Ma sono arrivate, dalla silenziosa Val Tidone, puntuali le tue immagini a smentirmi. Da pittore a pittore, più che a una disamina storico-critica, che poco mi compete, voglio dirti tout-court che mi tocca il tuo fare tutt’altro che beato, la tua voglia contrastata di non poter santificare una natura, nella tua pittura avviluppata di strati, assemblaggi, materie, come in una dolorosa ricerca di uscita da un tunnel. Il tunnel è quello della nostra condizione ormai malamente globalizzata: non esistono più campagna o città, nei tempi e luoghi certi; la nostra è epoca di dubbiose confusioni, per addomesticare le quali alcuni hanno fatto diventare perentorio il banale, ufficiale la cretineria. E i pochi che tentano ancora di opporre, su un terreno così friabile, una volontà di valori, devono scontrarsi con un mondo che non sa, non vuole sapere più, perché oramai costruito su altro. E così si urtano porte chiuse, si agisce in un ambito dove crisi, lotte, incertezze tengono campo. Il tuo fondo lirico, la tua voglia di raccontare un albero (un abete, vero ?) credo debba fare i conti con tutto questo. E così penso che il tuo voler fluire verso una natura luminosa sia alquanto ostacolato: sulle tue tele si alternano infatti, nella tua rabbia gioiosa, geroglifici e scansioni di griglie, tavole perforate, incise, divise a sconnettere la superficie, un dentro e fuori di materiali, cornici svuotate, spessori e evanescenze di colori, irruenze e pacatezze, irrequietezze, sospensioni…
    “Non sono capace di finire un quadro con una tecnica sola”, mi scrivi, nella tua ricerca di conciliazione degli opposti.
    Forse la soluzione che cerchiamo si trova proprio nell’irresolvibilità di certe situazioni. Il dubbio che si fa dramma, una problematica che diventa “forte” per la sua inconciliabilità, un cercare accanito perché non trova, potrebbero essere ingredienti atti a formare, nel crogiolo delle nostre pulsioni, il metallo di un risultato poetico.
    Sono vie molto difficili; cercare una soluzione nel contrapposto può essere una contraddizione in termini. Elio Franzini, nel volume “Fenomenologia dell’Invisibile” distingue tra le forme dell’invisibile, che si ammanta nel simbolo, e dell’irrappresentabile, sulla soglia del solipsismo formale che, secondo Kant, confinerebbe col “disgusto”. Ma seguendo la logica, le soluzioni non vengono.

    Ofelia è morta tra i fiori, cantando. Dal bisogno a volte sgorga il canto. La tua natura di fondo è lirica, non disdegni rammentare gli echi del mondo “beato” di un’infanzia perduta. Nelle tue opere più recenti credo di individuare scansioni più dosate, trapelano più espansi messaggi di luce.
    Voglio utopicamente augurarti, proseguendo lungo la tua strada, la certezza di un grande campo luminoso. In cima al colle, emblematicamente, verde, un albero.

    Mario Raciti
    Milano, ottobre 2001

  • Ogni uomo è chiamato a essere l’artista della sua vita. Così c’insegnava un nostro professore di dogmatica. L’esistenza dell’uomo è fatta di materiali concreti, visibili: il corpo, le azioni, i rapporti sociali. Tocca all’uomo immettere in questa realtà materiale un’anima, un pensiero, un progetto: proprio quello che normalmente fa un artista. Lavora, l’artista, con materiali di terra: argilla, marmo, pietra, colori, tele, pennelli. Ma con questi materiali un artista vero sa esprimere e suscitare un’emozione, sa far riflettere e sa plasmare i desideri della persona. E’ un piccolo miracolo, questo; un miracolo che richiede non poca fatica perché “la materia è sorda all’intenzion dell’arte”; essa non si piega facilmente a esprimere un mondo ricchissimo come quello dello spirito. Anzi, bisogna riconoscere che la materia tende a conservare una sua opacità per cui ogni opera d’arte si slancia verso un obiettivo che è collocato al di là di essa stessa.
    Per il cristiano, l’opera d’arte per eccellenza è Gesù Cristo. Uomo vero, fatto come noi di carne, di sentimenti, di emozioni. Eppure la carne, l’umanità di Gesù era capace di esprimere il mistero stesso di Dio. Scrive san Giovanni: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo visto la sua gloria, come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.” Il termine ‘carne’ indica la fragilità dell’umanità che Gesù ha assunto. Non è quindi un’umanità magica, che possieda qualità superiori; è un’umanità vera, del tutto come la nostra. Eppure questa umanità è stata plasmata dallo Spirito ed è diventata un’umanità rivelatrice di Dio.
    A noi è chiesto di imitare Gesù. Questo non significa ‘copiare’ Gesù, riprodurre i suoi lineamenti esterni il più esattamente possibile, ma piuttosto ‘ricreare’ il mistero dell’incarnazione nella nostra vita, lasciare che lo ‘Spirito’ che ha plasmato l’uomo Gesù plasmi anche la nostra umanità e ci renda simili a lui. “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore.” (2Cor 3,18)
    Per questo c’è una misteriosa ma reale affinità tra l’arte e la religione, tra l’opera faticosa dell’artista e l’ascesi faticosa del cristiano. Arte e religione cercano di immettere lo spirito nella materia: l’arte per rendere la materia ‘bella’, la religione per rendere l’uomo ‘buono’ o, forse meglio, ‘santo’. Grazie, dunque, agli artisti; non sono salvatori del mondo, ma testimoni veraci che il mondo può essere salvato. Non possono fare la strada verso il mistero in sostituzione degli altri; ma possono svegliarci, farci percepire che c’è un mistero nelle cose, anche nelle cose più semplici della vita. Quando un frammento di realtà è toccato da un artista vero, quel piccolo frammento appare trasfigurato, diventa un appello alla meraviglia e alla ricerca della verità. Umile fruitore dell’arte, metto allora il mio saluto con stima e riconoscenza grande; e anche con l’auspicio che la nostra sensibilità artistica possa crescere e cresca, nello stesso tempo, la sensibilità a quel mistero della realtà che si svela solo a uno sguardo stupito e attento.

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